Cloud gestito: la domanda giusta non è dove stanno i server

Postazione di lavoro remota su laptop: desktop e applicazioni pubblicati dal cloud gestito

L’armadio dei server, in molte aziende, sta in una stanza che non era nata per quello: un ripostiglio senza raffreddamento dedicato, un gruppo di continuità acquistato sei anni fa, qualche cavo etichettato a penna. Funziona, e per questo nessuno lo controlla. Chi inizia a valutare un cloud gestito ci arriva raramente dopo un guasto grave. Ci arriva perché deve sostituire un server in fine vita e scopre di non avere una risposta a una domanda semplice: quanto tempo resterebbe ferma l’azienda se quella macchina si spegnesse un martedì mattina.

La conversazione si sposta quasi subito sul luogo fisico dei dati, che è la parte meno interessante del problema.

Non conta dove stanno i server, conta chi risponde quando si fermano

Due contratti di cloud gestito che portano lo stesso nome possono descrivere servizi lontanissimi. Nel primo il fornitore mette a disposizione capacità di calcolo e spazio, mentre sistemi operativi, aggiornamenti, backup e gestione degli accessi restano all’azienda. Nel secondo il fornitore presidia l’intera catena e risponde del funzionamento. La differenza si vede la prima volta che qualcosa si guasta, nel momento in cui nessuno sa chi deve intervenire.

Per questo la prima pagina da leggere in un’offerta non è l’elenco delle risorse, ma la tabella delle responsabilità. Se quella tabella manca, conviene chiederla prima di discutere il canone.

Sul piano operativo il confronto fra server in sede e cloud gestito si concentra su poche voci:

Voce operativa Server in sede Cloud gestito
Aggiornamenti e patch A carico delle persone interne, negli orari liberi Pianificati dal fornitore in finestre concordate
Guasto hardware Ricambi e intervento da procurare al momento Ridondanza compresa nell’infrastruttura
Prove di ripristino Rinviate quando manca il tempo A calendario, con rapporto scritto
Reperibilità notturna e festiva Legata alla disponibilità dei singoli Organizzata su turni di presidio
Crescita della capacità Nuovo acquisto a ogni salto di fabbisogno Estensione delle risorse sull’ambiente esistente

Due sedi, tutto in un armadio e una sola persona che sa come funziona

In un’analisi svolta presso un’azienda con due sedi collegate fra loro la fotografia era questa: server di posta interno, terminal server interno, gestionale e archivio documentale sullo stesso perimetro, un unico ingresso dall’esterno tramite VPN verso quel terminal server. Il traffico restava dentro la rete aziendale, esclusa la navigazione.

Nessuno di quegli elementi era sbagliato in sé. Il rischio stava nella somma: un guasto all’apparato di rete della sede principale fermava anche la seconda sede, e la persona che conosceva le configurazioni era una, un tecnico esterno che interveniva su chiamata. Durante le sue ferie l’azienda non aveva alternative praticabili.

La piattaforma cloud è stata il motore della soluzione. Con la direzione abbiamo stilato l’elenco dei servizi che non possono restare fermi mezza giornata, e la migrazione sul nostro ambiente gestito ha seguito quell’ordine: prima posta e terminal server, replicati e raggiungibili da entrambe le sedi anche con la sede principale ferma, poi il resto secondo un calendario scritto. Le configurazioni che vivevano nella memoria di un solo tecnico sono oggi documentate sull’infrastruttura, e il presidio non dipende più dalle ferie di una persona.

I segnali che rendono maturo un passaggio del genere si riconoscono in quadri come questo: hardware da sostituire comunque, assenze difficili da coprire con le risorse interne, più sedi da collegare, un piano di ripartenza che ancora manca, clienti che chiedono evidenze contrattuali sulla gestione dei dati.

Nel cloud gestito la continuità si valuta prima, non durante il guasto

Molte discussioni confondono backup e continuità operativa. Un backup risponde alla domanda sul recupero dei dati. La continuità risponde a una domanda diversa: in quanto tempo l’azienda torna a lavorare. Le due soluzioni hanno architetture e costi differenti, e un’impresa può decidere legittimamente di tollerare mezza giornata di fermo su alcuni servizi e nessun minuto su altri, purché la scelta sia consapevole e scritta.

La nostra piattaforma di cloud gestito poggia su datacenter Tier IV di proprietà nell’Unione Europea, con replica dell’infrastruttura su un secondo sito geograficamente separato. Siamo Partner Professional Nutanix e su quella tecnologia stiamo costruendo la nuova generazione della piattaforma. La struttura che eroga il servizio è certificata ISO 9001, 27001, 27017 e 27018.

Le certificazioni dicono qualcosa, non tutto

Un certificato non risolve un progetto e non sostituisce un collaudo. Indica però un fatto verificabile da un terzo: la gestione degli accessi amministrativi, la segregazione degli ambienti e il trattamento dei dati personali seguono procedure controllate e non abitudini interne.

Nel cloud gestito l’accesso remoto è il cambiamento che le persone notano

Pubblicare applicazioni e desktop remoti incide sulla giornata degli utenti più di qualsiasi scelta infrastrutturale. La persona apre il gestionale, il CAD o il programma di contabilità e lavora, mentre i dati rimangono nel datacenter e non sul portatile che viaggia in treno. Il modello copre chi lavora da casa, le sedi distaccate e i consulenti esterni, che raggiungono soltanto quanto rientra nella loro competenza.

La voce da progettare con la stessa cura dei server è la connettività di ogni sede: dimensionata bene, rende il lavoro remoto indistinguibile da quello in ufficio. Un collegamento sottodimensionato trasforma un’architettura corretta in una fonte quotidiana di segnalazioni. Conviene misurare la banda reale, non quella nominale del contratto: in più di un sopralluogo abbiamo trovato sedi con una fibra già attiva e mai collegata agli apparati.

Le domande da porre a un fornitore di cloud gestito

A un fornitore di cloud gestito si chiedono per iscritto sede dei dati, responsabilità operative, tempi di ripristino provati, contenuto del canone e condizioni di uscita. Prima della firma, non dopo.

  • Dove risiedono fisicamente i dati e dove si trova la copia di backup.
  • Chi amministra i sistemi operativi e chi applica le patch.
  • Quale tempo di ripristino si impegna a rispettare il fornitore, e su quali servizi.
  • Ogni quanto si esegue una prova di ripristino reale e chi ne riceve il rapporto.
  • Che cosa comprende il canone e quali attività si fatturano a consumo.
  • Come si esce dal contratto: in quale formato l’azienda riottiene i propri dati e in quanto tempo.
  • Quali certificazioni coprono il servizio venduto, non soltanto la società che lo vende.
  • Chi risponde di notte e nei giorni festivi, su quale canale e con quale tempo di presa in carico.

La penultima voce sfugge quasi a tutti. Un certificato intestato al fornitore non copre di per sé il datacenter di un terzo che eroga il servizio.

Con il cloud gestito chi guida l’IT non perde il ruolo, se il perimetro è scritto

Il timore ricorrente di un responsabile IT interno riguarda il proprio spazio: se l’infrastruttura passa a un fornitore, che cosa resta da fare. Nei progetti che seguiamo accade il contrario. Manutenzione ordinaria e turni di reperibilità passano a noi, mentre la persona interna torna a occuparsi di processi, integrazioni e rapporti con i reparti, ossia la parte del lavoro che nessun fornitore può svolgere al suo posto.

Perché il modello funzioni, il perimetro va definito per iscritto: chi decide un cambio di configurazione, chi autorizza un nuovo accesso, chi apre una segnalazione e con quale priorità. In Aesir Srl teniamo la gestione IT a canone e la sicurezza gestita nello stesso perimetro contrattuale, come MSP e MSSP, perché quando un incidente riguarda insieme infrastruttura e sicurezza il cliente non deve coordinare due società. Sul fronte della continuità operativa il metodo è descritto nella guida al business continuity management con Nutanix. Seguiamo progetti in tutta Italia e, su richieste specifiche, in Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti: ogni migrazione ha lasciato una procedura ripetibile e un elenco di errori da non ripetere.

Domande frequenti

Occorre sostituire i programmi in uso?

Nella maggior parte dei casi no. Gestionali, applicativi documentali e software verticali funzionano in ambiente pubblicato senza riscritture. Le eccezioni riguardano applicazioni molto vecchie legate a periferiche locali, e si verificano in fase di analisi.

Che cosa accade se la connessione internet si interrompe?

Le postazioni collegate a servizi centralizzati si fermano, come si fermerebbero per un guasto alla rete interna. Per le sedi che non tollerano interruzioni si prevede una seconda connettività su un operatore diverso, con passaggio automatico.

I dati restano in Unione Europea?

Sì: ambiente primario e copia replicata risiedono entrambi in Unione Europea. Resta un punto da verificare per iscritto con qualsiasi fornitore, perché incide sugli obblighi dell’azienda verso i propri clienti.

Quanto dura una migrazione?

Una migrazione verso un cloud gestito dipende dal numero di applicativi e dalla tolleranza al fermo, non dai gigabyte da spostare. La fase lunga è la verifica in parallelo, quando il vecchio ambiente resta acceso mentre gli utenti provano il nuovo sul lavoro reale.

Parliamone

Chi valuta un cloud gestito può partire da un esercizio interno, senza coinvolgere fornitori: elencare i servizi che l’azienda usa ogni giorno, scrivere accanto a ciascuno quanto fermo è tollerabile e chi lo ripristinerebbe fisicamente oggi. Le righe rimaste senza un nome accanto descrivono il perimetro reale del rischio.

Se desidera approfondire il tema o valutare la situazione della sua azienda, può compilare la form in fondo alla pagina oppure scrivere a support@aesir-tech.it: prenotiamo una consulenza gratuita e partiamo dai suoi numeri

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